“Non ci alziamo ogni mattina per fare soldi. Ci alziamo ogni mattina per raggiungere il giusto equilibrio tra profitti e impatto sociale. Non posso permettermi che ogni decisione sia basata solo su fattori economici, abbiamo dei valori da rispettare e per questo facciamo scelte di lungo termine affinché i nostri dipendenti e i nostri clienti siano fieri di noi e delle nostre battaglie”.
(Howard Schultz, 63 anni, amministratore delegato di Starbucks)
Ad una prima veloce lettura, l’affermazione appena citata apparirebbe come uno spot, una frase fatta, volta a pubblicizzare la propria azienda, a condizionare positivamente il proprio mercato di riferimento. Tuttavia, se la analizziamo più nel dettaglio, dentro la dichiarazione dell’imprenditore sessantatreenne Schultz, è condensato un principio cardine che ogni dirigente d’azienda dovrebbe aver tatuato in sé: la responsabilità sociale dell’imprenditoria. Fare impresa vuol dire assumersi una grande responsabilità, su più livelli: nei confronti di se stessi, della propria famiglia, del capitale umano che contribuisce a realizzare i progetti e del mercato. Lo studio costante, l’aggiornamento, la lungimiranza imprenditoriale, sono tutti elementi che fungono da punti di riferimento in chi guida aziende, gruppi organizzativi più o meno grandi.
La responsabilità peraltro è direttamente proporzionale al periodo di riferimento in cui viviamo e al mercato odierno. La velocità con la quale oggi mutano gli scenari e le tendenze, determina la necessità di monitorare costantemente le evoluzioni, pena l’esclusione e l’uscita dagli stessi, con conseguenze evidenti per tutta la piramide aziendale. La possibilità per un imprenditore di scegliere in maniera libera e indipendente è come un fendente a due punte: se da un lato tale libertà permette di esprimere la propria idea, proponendola fuori, al mercato, traendone vantaggi e benefici per l’intero gruppo organizzativo, guardando la scena da un altro punto di vista, tale possibilità rischia di trasformarsi un vero boomerang pericoloso. Quella a rischio risulta dunque essere la stabilità propria e di tutti i soggetti che direttamente o indirettamente hanno a che fare con l’azienda.
La lungimiranza deve pertanto essere connessa ad una sana e concreta progettualità che miri alla realizzazione di piani di crescita e sviluppo i cui elementi trainanti non possono e non devono essere solo criteri di carattere e convenienza economica. L’importanza dell’aspetto etico-sociale diventa il cardine, il motore primo sul quale incentrare la mission e la vision che l’intero team, a partire dall’imprenditore, deve sviluppare e sostenere.